Come nasce il progetto “Io me e Monroe”

Tutto è cominciato nel 2014 con una community sul social network Facebook in cui Mirko Zombetti (VR), ideatore e autore principale, da vita alle vicende di Monroe e così la descrive < “Io me e Monroe” è un’idea che nasce di notte scrivendo note sul portatile. Monroe non è un mio alter_ego. Monroe è cinico, disincantato, stufo, annoiato, fondamentalmente solo, anestetizza la sua vita con l’alcool senza disdegnare gli psicofarmaci. Monroe ne ha viste cose: brutte, noiose, cattive ma anche belle, felici e vere. Vive di sé e dei suoi ricordi, le delusioni gli hanno consegnato un carattere difficile e burbero, le affermazioni che esterna sono il suo respiro. Racconta e dice quello che tanti, pur pensandolo tacciono. Allora è diventata questa l’idea, ogni tanto chiedo agli amici/amiche di essere loro Monroe, faccio una domanda e sulle risposte, scegliendo una foto che si leghi all’argomento, costruisco il post. Volete essere Monroe anche solo per un giorno? Basta che mi scriviate in privato. Prima o poi la domanda vi arriverà, chiaramente dovrò esercitare un minimo di controllo sui contenuti, ma sempre in accordo con voi. Il desiderio è quello di riuscire a fare un post al giorno, senza assillo però. Farlo diventare qualcosa di interessante che strappi un sorriso, amaro o divertente non importa. Sarà sempre pubblicato in contemporanea anche su Instagram. Adesso Monroe vi direbbe “mi avete rotto i coglioni, vedete insieme alla domanda di mandarmi una bottiglia… piena, cazzoni!!!” Se vi farà piacere sarà sempre buona cosa condividere i post e mettere “like”. Se volete partecipare non Messenger per favore, preferirei al mio indirizzo di posta elettronica con oggetto: Io me e Monroe. > Per mesi mi sono spesso, quasi quotidianamente, trovata a condividere i post con le avventure di Monroe, a scrivere come lui anche, Mirko mi ha detto in battuta “vuoi rubarmi il lavoro? Anzi… Perché non ci fai una pièce teatrale?”. E io ho cominciato a pensarci. Le storie di Monroe hanno tutte la medesima caratteristica, sono brevi e brutali, ma poetiche anche, sicuramente emozionali. Non volendole snaturare mi sono chiesta come portarle in scena dando loro una continuità, come rendere la visione globale. Ma mi sono detta che in fondo non era nemmeno necessario: hanno già un loro filo conduttore e ben si prestano al metodo di lavoro e approccio al testo di Gatto Rosso, inoltre danno spazio e modo alla vera sperimentazione. La proto-idea di “Io me e Monroe” comincia a prendere forma sul filo di un pensiero: perché non lavorare in scena, addirittura nel momento della performance, improvvisando le emozioni e sfruttando musiche sempre diverse (sulle quali gli attori non sono preparati)? Perché non arrivare a riproporre lo stresso brano, magari più volte, con le intenzioni e gli stati d’animo che cambiano come e con la musica? A questo punto la regia di Gatto Rosso (Federica e Roberta) ha affrontato il laboratorio dedicato a “Monroe” senza ulteriori spiegazioni agli attori, come di consueto. Sono state richieste improvvisazioni sulle emozioni che impregnano quest’idea: ricordi, delusioni, dipendenze, noia, cinismo, disincanto, amore, odio, sogni, solitudine. Ora più che mai l’attore diventa il perno di tutto il lavoro, assimila la parte drammaturgica in fase di pre-produzione, per poi dimenticarsene, relegandola nella memoria per tutta la fase laboratoriale di prove che precedono il debutto (e che proseguirà per “ogni” nuovo debutto) fino al momento in cui la sua sensibilità la fa riemergere sul palco, durante la performance. L’attore diventa personaggio, il personaggio è l’attore. Conoscere significa sentire: è fondamentale la memoria affettiva degli attori, così come la memoria intellettiva, l’esperienza di vita acquisita, i sentimenti. Tutto il vissuto personale degli attori convogliato nel personaggio, in una parola, in un gesto, permette di creare qualcosa di unico. I ricordi diventano reazioni fisiche: è la nostra pelle che non ha dimenticato, i nostri occhi che non hanno dimenticato. E il momento dell’improvvisazione si sviluppa attraverso segni: i movimenti sono segni, i gesti sono segni, le parole sono segni e in quanto tali non devono essere spiegati. Gli attori si lasciano trasportare da atmosfera e musica, scavando dentro se stessi e regalando al pubblico un momento irripetibile proprio perché è stato preparato e memorizzato, ma non definito né fissato: nasce sull’onda dell’emozione di quel preciso istante. La regia lascia spazio quasi completamente alla creatività dell’attore on stage, ma non  limitandosi a lanciare spunti o stimoli differenti in base a quello che succede in scena in quel momento. È una regia viva e attiva perché coinvolta a tutti livelli e d’improvvisazione anch’essa. Il nuovo confine da superare per il teatro di Gatto Rosso diventa la regia d’improvvisazione, non improvvisata ma attenta, reattiva, rischiosa anche. Questo presuppone una profonda conoscenza degli attori in scena, delle loro personalità, del loro modo di lavorare e di reagire agli stimoli, la padronanza degli spunti sonori, musicali, degli effetti, l’intima conoscenza del testo, da “lanciare” al momento giusto con un segnale, una parola, un suono, un’immagine, un oggetto, una luce. Ricapitolando questi sono i punti cardine e le variabili della performance, sempre uguale a se stessa eppure mai uguale:
  • il testo cambia ogni volta perché finché ci sarà la pagina “Io me e Monroe” e gente che racconterà le sue storie la scelta potrebbe cadere su brani diversi;
  • lo stesso brano cambia perché, una volta memorizzato, si aggancia a stimoli differenti che vengono da un compagno, un suono, una musica, un difetto di pronuncia, un errore, completamente dipendente dallo stato d’animo degli attori in scena;
  • i movimenti, i gesti, le sequenze, le scene, l’intera performance ha una struttura variabile adattabile allo spazio scenico di volta in volta diverso e agli stimoli in esso contenuti – ambiente, odori, luci, suoni – perché un teatro non è un giardino, il cortile di un castello non è la riva del lago o del mare, lo scorrere di un fiume non è una strada, una piazza, la gente – pur immobile e taciturna – non è il silenzio;
  • la totale assenza di scenografia: l’attore basta a se stesso e a pochi oggetti o elementi di costumi di scena, se vengono usati o se non lo sono, se cambiano o se sono sempre gli stessi;
  • gli attori di oggi possono essere diversi da quelli della prossima replica: chiunque può diventare Monroe;
  • la musica in continua evoluzione e inaspettata per l’attore; la musica, o la sua assenza; i rumori, gli effetti sonori, usati in modo da innescare reazioni o sopirle;
  • la luce e le sue gradazioni fino all’ombra e al buio totale;
  • l’improvvisazione come espressione corporea: il linguaggio fisico scollegato dalla parola o in sintonia con essa;
  • l’improvvisazione pura: io attore in scena divento Monroe, e se sono Monroe magari ho voglia di dire delle cose che non stanno nella drammaturgia memorizzata, magari le scriverò domani su Facebook;
  • la regia d’improvvisazione: la regia si adegua a quello che succede in scena, lo subisce o vi si contrappone, propone o risponde, stimola e viene stimolata.
Gatto Rosso lavora a questo progetto saltuariamente, come esercizio di stile al momento, ma solo fino a quando la sintonia del gruppo non sarà totale e tale da poter affrontare una performance davanti a un pubblico. La successione delle azioni in sequenze e scene è stata ideata dalla regia sulla base di una griglia costruita su musica-luci-oggetti-stimoli che è e resterà oscura agli attori che si sono preparati unicamente lavorando su se stessi e sul rapporto coi compagni. Agli attori non sono stati attribuiti ruoli precisi e le presenze hanno variato e variano nel corso delle sessioni di laboratorio; inoltre, per provare una gamma quanto più possibile variegata di stimoli, le prove si sono svolte inizialmente in “sale” per poi proseguire in ambienti diversi, anche all’aperto e in presenza di pubblico casuale, in particolare in un parco, in un castello, in riva al lago (Garda) e continuano… “Io me e Monroe” prevede la presenza in scena di due attori (Monroe e “cazzone”) e di una o due attrici. La sua caratteristica è la mutevolezza e l’evoluzione, un gioco teatrale in cui gli attori si relazionano tra loro o da soli, nella ricerca del personaggio (ognuno, sia uomo che donna, parte da Monroe) a volte solo con il corpo, altre volte verbalizzando e giocando con le parole tratte dalle storie di Monroe, e interagiscono con la regia e le sue proposte, programmate appunto per un’approfondita ed intima, reciproca conoscenza e studio. Credo che questo tipo di lavoro, affrontato ispirandosi ai grandi maestri del ‘900 e al teatro come esperienza collettiva (stimoli, consci o meno, giungono spesso proprio dal pubblico), potrebbe davvero diventare una forma post drammatica che ha differenti e molteplici livelli di lettura. Un esperimento aleatorio, certo… ma credo che non possa esistere innovazione senza rischio, né senza il fallimento legato all’umana caducità che mai come in questo caso viene messa sul piatto della bilancia. Ma come diceva Hemingway “Vai e rischia quello che devi rischiare”.