IN SCENA con gli allievi-attori laboratorio 2015-2016

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Fare formazione, o meglio mettere a disposizione la nostra esperienza
Quest’anno Gatto Rosso e gli allievi attori del Laboratorio Teatrale Gatto Rosso – SCArt hanno affrontato un lavoro tra teoria e improvvisazione sul tema della Beat Generation: un recital che racconta l’America degli anni ’50, ’60 e ’70 attraverso autori di culto come Kerouac, Ginsberg e Ferlinghetti su note jazz, blues e rock’n’roll. I padri della generazione dell’innovazione di stile e della sperimentazione, ci trascinano nel mondo utopico, immaginifico e travolgente di

AMERICAN DREAMERS

di Federica Carteri Regia di Federica Carteri e Roberta Zonellini Sono gli anni ’50 e l’America non è più la terra di libertà cara a Hemingway, è cambiata. Il secondo dopoguerra vede crescere una generazione di giovani ribelli per i quali il decondizionamento è talmente totale da trasformarsi in irresponsabilità, la libertà diventa una rischiosa avventura fuori del tempo e dello spazio destinata a cambiare il mondo trasformandone i ritmi, sovvertendone le distanze e le relazioni, dissacrando parole e frasi. Gli American Dreamers dondolano in uno spazio in cui non c’è niente se non loro stessi, le loro voci contente o arrabbiate a raccontare speranze e pensieri di una bambinesca passione, intelligenza e integrità con le parole di grandi indiscussi scrittori, e il beat, il battito, il ritmo, di musiche meravigliose. Una generazione che se ne va sulla strada su auto scarburate o prese a nolo o rubate per una notte. Una generazione spinta da un malessere che è curiosità, dal desiderio di cercare la vita negli angoli, oppure lungo i binari aspettando un treno merci verso il West, carica di libri da raccontare, film da amare e musica da ascoltare. L’America, stregata dai consumi, inquinata dall’omologazione e a caccia del futuro, si ritrova dei figli beat, anarchici e ingestibili, che vogliono vivere tutto d’un fiato una vita da inventare, esplorare, bruciare. L’America inquadrata, conformista e un po’ bigotta si avvia, quasi inconsapevole, verso nuove guerre: la Corea, il Vietnam… la caduta. E gli American Dreamers lasciano i fiati jazz per imbracciare la chitarra di Jimi Hendrix e usarla come una mitragliatrice di note, ma continuano a voler guardare il mondo dal finestrino di un’auto, dallo schermo gigante di un drive-in, dal mare di teste di un concerto rock o anche solo tra le righe di una poesia. La grande diga del conformismo e dei consumi di massa frantumata dalla voglia di liberare e liberarsi dalle sopraffazioni, dalle discriminazioni culturali, politiche, religiose e persino sessuali. Una rivoluzione, quella Beat, senza violenza, armata solo di musica e letteratura, armi che sembravano difettose, o forse velleitarie, e che invece si dimostrarono formidabili. Quando abbiamo iniziato a lavorare su questo progetto non avrei mai immaginato che, dopo i tristi fatti di Parigi lo scorso novembre e le agghiaccianti conseguenze, si sarebbe dimostrato così attuale. La cultura e l’arte sono la risposta, alla guerra in Vietnam e alla segregazione razziale nell’America degli anni ’50 così come nel triste mondo malato in cui viviamo oggi. E allora, sulle orme degli American Dreamers, andiamo ad abitare la notte a cielo aperto, fuori dai bar, con un bicchiere in una mano e una poesia nell’altra, andiamo a un concerto, a uno spettacolo e dimostriamo che riscrivere la storia è possibile, a modo nostro, recitando coi versi e coi corpi perché la verità e la libertà alla fine riescono sempre a uscire fuori.